Il sarcofago di San Fedele a Milano e il prevosto Girolamo Mazza da Casalmaggiore
Nel 1889 la rivista Arte e Storia descriveva un sarcofago senza iscrizione nella chiesa milanese di San Fedele, con una mazza nello stemma, attribuito per tradizione a Girolamo Mazza da Casalmaggiore. Due attribuzioni a confronto e una data da controllare.
Nel 1889 la rivista Arte e Storia pubblicò un breve scritto intitolato «Monsignor Mazza, il suo monumento e i suoi omonimi». L'autore parte dalla chiesa di San Fedele a Milano. In un piccolo locale vicino al corridoio che porta alla sagrestia, dice, erano state raccolte circa cinquant'anni prima lapidi e frammenti provenienti da un sottocoro della antica collegiata ducale di Santa Maria della Scala. Fra quei marmi spicca un elegante sarcofago senza iscrizione, che quasi nessuno conosce perché poche persone entrano in quella stanza.
La descrizione è precisa. Il sarcofago è collocato in alto sulla parete destra. Sopra riposa la figura di un prelato, che appoggia il capo a una mano e con l'altra regge un libro aperto con le parole «In te Domine speravi», l'inizio di un salmo. Sopra la figura c'è lo stemma: una mazza dentro uno scudo. Per un cognome come Mazza è lo stemma parlante per eccellenza, perché disegna il nome.
La tradizione, scrive l'autore, lo attribuisce a Girolamo Mazza da Casalmaggiore, prevosto di una collegiata nel 1345, al quale il papa avrebbe concesso la mitra e le altre insegne pontificali, «uomo di molta virtù». È una tradizione, non un documento: il sarcofago non porta alcun nome.
Una nota a piè di pagina riporta una seconda attribuzione. Secondo alcuni il monumento apparterrebbe invece a Giovannantonio Mereguano (la grafia è quella dell'articolo), canonico della chiesa ducale di Santa Maria della Scala, eletto vescovo di Laodicea e suffraganeo dell'arcivescovo di Milano, studioso di leggi, morto di febbre il 3 settembre 1534. L'autore avverte che nessun documento sostiene neppure questa seconda ipotesi. Le due attribuzioni, a Girolamo Mazza e a Mereguano, restano quindi due ipotesi senza prova.
Un controllo sulle date è utile. Santa Maria della Scala fu fatta costruire da Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti, la cui prima pietra fu posta nel 1381, e la chiesa fu consacrata nel 1385. Fu elevata a collegiata nel 1384. Nel 1763 il capitolo si trasferì a San Fedele, e la chiesa fu demolita dal 1776 per fare posto al Teatro alla Scala. Ne segue che nel 1345 quella collegiata ancora non esisteva. Il passo dell'articolo può quindi riferirsi a un'altra collegiata, forse proprio quella di Casalmaggiore da cui Girolamo prende il nome, ma il testo non lo dice con chiarezza. È un punto da chiarire con una ricerca documentaria.
L'articolo del 1889 prosegue con un elenco di «omonimi» che oggi si leggerebbe come una raccolta di suggestioni. L'autore ipotizza che i Mazzola, tra cui il pittore Parmigianino, i Mazzanti e i Mazzucchelli derivino «forse» o «verosimilmente» dai Mazza. Racconta che il villaggio brianzolo di Mazzonio avrebbe preso il nome dai Mazza milanesi che vi ebbero signoria, e ricorda alcuni portatori del nome: un Federico Mazza, ragioniere dell'ufficio contabilità di Milano; un medico Mazza che si distinse nella peste del 1630; un Mazza segretario di Pier Luigi Farnese; un Mazza custode dei cani di Barnabò Visconti; un Mazza canonico di Piacenza, segretario del vescovo di Bobbio morto nel 1517. Sono ipotesi e ricordi dell'autore, senza prove allegate, e vanno trattati come piste di ricerca e non come fatti.
Resta un oggetto reale, un sarcofago con una mazza nello scudo, e una domanda precisa: a chi apparteneva? Un cognome si può inseguire partendo da un simbolo scolpito, e il modo giusto di farlo è questo: descrivere, distinguere la tradizione dal documento, controllare le date e segnare quel che resta da cercare.